CAPACCIO – PAESTUM. La storia economica moderna ricostruita attraverso gli uomini della Banca. De Maria, Granato, Rosario Pingaro e Palmieri

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Storia economica della moderna Capaccio vista attraverso gli uomini della sua Banca

 

di ORESTE MOTTOLA

 

MANLIO DE MARIA . “Pensiamo al grande, perché al piccolo già ci siamo”, questo motto era la regola di vita del notaio Manlio De Maria. Proprio questa sua filosofia rese possibile la nascita della prima Cassa Rurale ed Artigiana di Capaccio, proprio quella che è, adesso, la Banca di Credito Cooperativo. Ma già diversi decenni prima, come si legge in libretto del giudice Baldassarre Coccorullo: “Il notar De Maria con la sua intelligente operosità, donò a Capaccio i benefici dell’energia elettrica, foriera di benessere e progresso”. In via S. Agostino, 36, nel cuore della vecchia Capaccio, De Maria cominciò a dare le fondamenta ad uno dei più importanti istituti creditizi campani. In quella grande e moderna casa c’era anche il suo studio notarile. Ex podestà, ispettore onorario delle belle arti, frequentatore del bel mondo aristocratico che girava intorno a Paestum, fu uomo di cultura (praticò il teatro e suonava molto bene il pianoforte), il notaio De Maria aveva anche uno spiccato ingegno pratico. “Mio padre fu sempre un precursore, in perenne anticipo sui tempi. Aveva grande dimestichezza finanche con l’ingegneria”, racconta la figlia Giuseppina. “Aveva ideato un citofono senza fili per collegare lo studio con la casa, così come aveva adattato una radio che aveva reso potente come quella che usavano i grandi esploratori. Da Roma, fece venire l’ingegner Tanzarella, per costruire una modernissima concimaia brevettata”. Poi venne la guerra. E l’episodio centrale fu lo sbarco alleato dell’8 settembre 1943, sulle spiagge di Paestum, quasi sotto casa. L’Italietta fascista si sfalda. Finisce così l’epoca dei balletti tra i templi, delle Panatenee, le rappresentazioni di tragedie antiche, delle visite del principe Umberto e delle sfilate delle giovani contadinotte abbigliate col costume tradizionale. Nella storia di Capaccio adesso entrano, di prepotenza, le lotte contadine e bracciantili, che ebbero come epicentro proprio quella stessa campagna pestana dove erano arrivati i soldati del generale Alexander. Furono anche, per dirla con le parole del poeta Giuseppe Liuccio: “storie belle di battaglie antiche”. Il notaio De Maria, che pure votò per la monarchia, s’adattò subito ai tempi nuovi. “Era molto amico di Gaetano Paolino, il padre di Salvatore Paolino. L’aiutò a costituire le cooperative dei contadini che andarono all’assalto dei latifondi. Ed al movimento cooperativo guardò sempre con favore”. I vasti territori nei dintorni di Paestum diventarono, dopo le operazioni di bonifica, così testimonia lo scrittore Guido Piovene: “una campagna divenuta fertile. Un misto di remota dolcezza virgiliana e di dolcezza tropicale”. Ma solo pochi anni prima il “Lago Pestano” o “palude lucana” erano vicino alle mura di Paestum, poco oltre c’era il “Lago Grande”. La regolazione del flusso, e del ristagno delle acque, creò un mondo nuovo. Le necessità finanziarie del mondo dei contadini e degli artigiani del tempo si fecero ancora di più pressanti. “Mio padre attraverso la gestione delle cambiali se ne rendeva conto. Quante volte – racconta la figlia – si sentì chiedere aiuto e non potette adoperarsi! E, com’era suo costume, si mise a studiare il problema. Arrivò alla conclusione che urgeva dare vita ad una piccola banca locale che potesse sopperire, nella trasparenza, a quei bisogni”. Lo scrisse nel manifesto con il quale annunciò il suo proposito: “Ho fiducia che non mancherà alla presente iniziativa l’appoggio dell’operosa classe degli agricoltori e degli artigiani della nostra fiorente città”. E così fu. Per portare a termine questo suo proposito mobilitò tutte le sue amicizie. “Ebbe tutte le complesse autorizzazioni necessarie per l’apertura della Banca, semplicemente, servendosi dei suoi ex compagni di studi alla Badia di Cava”. In questa fase pionieristica tutto si svolse all’interno del suo studio notarile. Accanto a lui ebbe uomini come Giovanni Di Sirio, Candido Arenella, Antonio Nicodemo e Fasano. Alla presidenza fu allora chiamato l’avvocato Granato. Il notaio rimase nell’ombra, non avendo voluto rivestire alcuna carica. Il primo sportello fu collocato in un negozietto di via Costabile Carducci e poi si passò proprio nel palazzo dei Granato. L’esplosione produttiva della pianura pestana determinò la necessità di spostare l’attività verso il piano. De Maria credette sempre allo sviluppo agricolo, turistico e culturale della nostra pianura. Per questo volle salvare dalle mani degli speculatori la vecchia residenza dei vescovi pestani. E’ quel grande edificio tardo – settecentesco, con qualche eco vanvitelliana, posto accanto alla chiesa paleocristiana, dove ha anche sede l’azienda di soggiorno, che oggi tutti conoscono come Palazzo De Maria. Qui, ma è un’altra storia, dove è cominciata l’avventura della cristianità tra Sele e Cilento.

 

La banca si consolida con Enrico Granato

La presidenza del notaio De Maria durò un giorno solo. Il suo compito fu quello di dare l’avvio alle attività della Cassa Rurale. Il bastone del comando, o meglio, l’onere della ciclopica azione di dare, ogni giorno, testa e gambe all’impresa che si proponeva di riscattare contadini ed artigiani di Capaccio e Paestum da una condizione assai difficile, passò subito sulle spalle dell’avvocato Enrico Granato. Sei figli, di modi cordiali, d’indole assai pratica, dalla ricca inventiva, Granato faceva il civilista ma era anche attivo nell’industria boschiva e nell’edilizia. E’ ancora ricordato per la sua battaglia affinché Capaccio avesse una scuola media. Gli fu sempre chiaro come, senza lo sviluppo dell’istruzione, non ci potesse essere avanzamento economico. “De Maria era un’autorità morale indiscussa ma senza l’impegno di Granato la banca non si sarebbe avviata”, racconta il figlio. La prima sede era a Capaccio capoluogo, nel Palazzo dei Granato, tra le vie Vaudano e Guazzo. Alla direzione c’era Roberto Ferrentino, colui che successe a Salvatore Paolino come sindaco di Capaccio. L’unico impiegato era il giovanissimo Amodio Francesco Patella, che gli anni successivi diventerà un apprezzato veterinario e poi sindaco del paese. “Le nostre uniche attrezzature erano una calcolatrice a mano, che funzionava con delle sfere”, ricorda Patella. I primi anni d’attività della Cassa Rurale furono molto difficili. “Si trattava di misurarsi con le esigenze di una stentata economia post bellica che faticava ad ingranare”, ricorda. L’istituto bancario non aveva ancora una propria sufficiente capitalizzazione. Il primo punto di svolta fu nell’assistenza ai tanti piccoli proprietari pestani che vennero espropriati dei pezzi di terreno necessari al passaggio del secondo binario della Ferrovia. “Non so come fece e quali leve usò. Ma si dette talmente da fare che i pagamenti per gli indennizzi degli espropri passarono quasi tutti attraverso di noi. E quella raccolta – dice ancora Patella – ci diede una marcia in più…”. Ma dopo due, tre anni arriverà un brusco stop. Nei dintorni di Paestum due clienti importanti, noti commercianti d’elettrodomestici, lasciano uno “scoperto” da cinque milioni di lire. Eccessiva fiducia? Gestione malaccorta? La cifra, per i tempi e per le dimensioni che aveva allora la banca, ne appanna la credibilità, genera apprensione e determina le dimissioni di qualche dipendente. Urgeva chiudere il buco, in gioco c’era la sopravvivenza stessa dell’impresa. “Mio padre ci rimise anche dei soldi suoi”, rivela oggi il figlio, ed un’altra parte fu recuperata attraverso la provvidenziale maturazione di buoni fruttiferi che erano stati “accesi” negli anni precedenti. Fu una storia che si trascinò per anni ma che non impedì l’ascesa della Cassa Rurale. Negli anni Sessanta la società e l’economia si mettono a correre in maniera tumultuosa. La svolta storica della liberazione del latifondo, è la tesi dell’economista Luigi Gorga, fa da propulsore al successivo boom dell’economia turistico – alberghiera. “Più case, più alberghi, più commercio, più produzione agricola. Lo sviluppo dell’economia locale – spiega Gorga – si è sempre caratterizzato in termini quantitativi”. Comincia l’era dei campeggi nei quindici chilometri della zona litoranea e ci si mette alle spalle la gloriosa storia dell’osteria di Ciccio D’Anzilio a Foce Sele e dell’Autostello dell’Aci vicino alle mura di Paestum. Il pioniere di quella fase è “Nonna Sceppa”, successivamente verranno il “Clorinda” di Giovanni Di Sirio ed il “Nettuno” dei Capo. Da quel momento in poi Capaccio – Paestum diventa una delle principali piazze economiche della Campania. Diventa anche una “città nuova”, di quelle dove è prevalente l’arrivo di genti provenienti da diversi luoghi, e qui, com’evidenziano i sociologi, c’è il dato comune del carattere particolare degli abitanti, con la prevalenza delle personalità sveglie ed operose. Ed il fulcro di questa vera e propria nuova frontiera è la “vecchia” Cassa Rurale fondata dal notaio De Maria e guidata dall’avvocato Granato. Diventano clienti della Banca anche alcuni noti vip dell’economia provinciale. Ci sarà Gagliardi, presidente della Salernitano Calcio, il figlio di Filippo Gagliardi, l’emigrante di Montesano sulla Marcellana, che partito da semplice muratore aveva fatto fortuna in Venezuela. Arricchitosi con il petrolio, la lottizzazione e la vendita dei terreni in Sud America è pronto a riscattare la sua misera condizione di un tempo con azioni eclatanti. Fondamentale è l’apporto dato, in questa fase, da Rosario Pingaro, don Rosario per tutti, riconoscimento all’imprenditore che fonda, non lontano dall’area archeologica, la fabbrica che poi cederà a Cirio. Finisce la fase eroica della banca ed inizia quella del consolidamento di una delle più importanti realtà creditizie campane.

 

Il pioniere, Rosario Pingaro

Un vero pioniere, un grande imprenditore, sempre in anticipo sui tempi. Questo è stato Rosario Pingaro, presidente della Cassa Rurale di Capaccio dal 1965 al 1985. Gran parte delle realizzazioni edilizie di Capaccio Scalo portano la sua firma. “Era un vulcano, non stava mai fermo, difficilissimo stargli dietro”, ricorda il figlio Vincenzo, ingegnere. “La sua religione era il lavoro. All’infuori di questo non vedeva altro”. Fu anche un vero e proprio self made man, un uomo che si era fatto tutto da solo. Nato a Fonte di Roccadaspide nel 1911, era l’ultimo figlio di otto fratelli e sorelle. Il padre fu emigrante in Argentina, ma ritornava spesso a casa, ed appena l’età lo permetteva si prendeva un figlio e lo portava con sè fino a sistemarlo adeguatamente nella fertile terra argentina. Le due femmine, con il piccolo Rosario, rimasero in Italia. Il ragazzo ebbe un’istruzione sommaria, fino alla terza elementare. “Per la mentalità del tempo – racconta il figlio Vincenzo – bastava saper leggere, fare la propria firma e cavarsela con le quattro operazioni aritmetiche”. Sotto le armi il giovane Rosario s’accorge che non ha un’istruzione sufficiente. Fu così si rimise a studiare da privatista, per corrispondenza, e sostenne tutti i vari esami. Alle soglie delle superiori dovette però arrendersi. Quando tornò a casa il lavoro dei campi lo riassorbì e non ci fu il tempo di tornare ad applicarsi sui libri. I problemi ora erano altri e così cominciò a prendere altro terreno in fitto per coltivarlo. L’obiettivo era quello di avere un’azienda agricola più grande. Andrà, come vedremo, molto più lontano. Nel 1957, a causa delle grandi difficoltà nel vendere il latte prodotto nell’azienda Pingaro ebbe l’intuizione di impiantare una piccola centrale per pastorizzare ed imbottigliare il latte per uso alimentare. Nel 1963 Pingaro trasferì la sua attività a Capaccio Scalo, l’ampliò e cominciò ad usare anche le buste di cartone. Alle soddisfazioni economiche fecero da contrappeso le amarezze dei due figli persi, in poco più di un decennio, in circostanze tragiche. Nel 1970 costruì lo stabilimento che è stato poi ceduto alla Parmalat. “In quel periodo ebbe un serio incidente automobilistico. L’azienda aveva, a seguito degli investimenti per la costruzione, qualche difficoltà finanziaria e dalle stalle non arrivava latte di buona qualità per i tempi lunghi di trasporto. I refrigeranti non c’erano. La concorrenza era troppo spietata e preferimmo passare la mano”, racconta l’ingegnere Vincenzo. Ma l’uscita dal settore alimentare non frena la voglia d’imprenditoria di Rosario Pingaro. Fonda la Later Cap (Laterizi Capaccio) che si impianta a Campagna (in società con la Rdb) solo perchè non troverà a Capaccio un suolo a prezzi abbordabili. Nel dopoterremoto altra iniziativa ad Oliveto Citra, dove fonda le “Terrecotte del Sele”. Nel 1986 passa a Battipaglia dove avvia l’Aristea, piatti e bicchieri monouso in plastica, oltre 260 addetti tra diretti ed indotto. “E’ una delle prime cinque aziende del settore a livello nazionale”, sottolinea il figlio. Il gioco di squadra. “Nessuno più di lui ha mai creduto tanto nell’importanza della cooperazione. Anche nelle sue aziende ha sempre voluto altri soci. Ha sempre predicato per avere associazioni, cooperative, società. Non ha mai creduto all’utopia della tradizione cilentana che vede col fumo negli occhi ogni forma di cooperazione tra pari. L’individualismo non gli ha mai appartenuto. La sua soddisfazione era quella di dare il via ad iniziative che fossero poi capaci di camminare da sole”. Nella banca. Rosario Pingaro approda all’interno della Cassa Rurale: “Voluto dall’avvocato Granato, che lo fece diventare suo vice”, racconta il figlio. C’è un’intera comunità in movimento. La bonifica è finita, l’agricoltura capaccese comincia a diventare redditizia, sullo sfondo c’è lo straordinario boom economico italiano degli anni Sessanta e a Paestum il turismo diventa un’altra voce importante dell’economia locale. La sua ricetta era semplice: “La banca doveva aiutare chi aveva buone idee e dimostrava serietà d’intenti e non dare i soldi a chi già ce li aveva. Sulla consistenza del patrimonio prevalevano le valutazioni sulle capacità imprenditoriali. Tante solide realtà aziendali di oggi sono state alimentate dai primi soldi avuti in prestito dalla Cassa Rurale gestita con questa sua idea”. Anche per questo la nostra banca è diventata la maggiore delle banche di credito cooperativo campane.

 

Antonio Palmieri: la nuova sede a Pagliara

e la svolta manageriale Antonio Palmieri è un protagonista delle vicende della Banca di Credito Cooperativo di Capaccio da quasi quarant’anni: aveva da poco compiuto 21 anni, la maggiore età d’allora, quando venne eletto, nel 1965, nel consiglio d’amministrazione, nell’ultimo anno di presidenza Granato. “Un’esperienza breve. Solo una prima presa di contatto con la realtà del credito locale. Lasciai, a causa della mia inesperienza, dopo pochi mesi”. Antonio Palmieri, classe 1945, dal 1988 ha rivoluzionato l’economia rurale della Piana del Sele mettendo il turbo alla produzione bufalina. La svolta nella produzione della mozzarella di qualità, quella che sta sulle tavole dei vip dello spettacolo e dei potenti della terra, è iniziata partendo dalle terre di Vannulo, tra il Rettifilo, la ferrovia e la Statale 18. Sono i suoi titoli di merito, insieme con il grande pregio ambientale e culturale della sua attività aziendale. La sua carriera pubblica comincia dal Consorzio di Bonifica di Paestum, l’istituzione che ha guidato la rivoluzione agricola della zona, già a partire dai primi anni Sessanta. Il successivo ingresso negli organismi direzionali della banca è naturale. Alla presidenza è eletto nel 1987, succedendo a Rosario Pingaro. “Avevo cominciato stando nel consiglio d’amministrazione con l’animare la battaglia affinché la Banca avesse una sede propria, da costruire vicino al Consorzio di Bonifica. Questo mi mise in contrasto con Pingaro, che voleva una sede più modesta, magari in un edificio già pronto. Si crearono così dei gruppi, una vera e propria divisione”. Il braccio di ferro va avanti per quasi tre anni e fu Palmieri a spuntarla. La nuova sede sarebbe nata vicina al Consorzio e a progettarla sarebbe stato un grande architetto: Nicola Pagliara. “L’intento era di dare alla nuova sede un forte valore simbolico. Il risparmiatore doveva – dice Palmieri – percepire la grande solidità della banca”. Come fu scelto Pagliara? “Pagliara aveva costruito già a Santa Venere la bella casa di Nino Salati. E fu proprio quest’ultimo a proporlo. Ci informammo su chi fosse e tutte le referenze furono più che lusinghiere. Nella delibera d’incarico decidemmo pure di lasciargli la massima libertà progettuale”. La costruzione cominciò nei primi anni Ottanta. Alla presidenza c’è ancora Rosario Pingaro. “I lavori andavano però a rilento”, constata Palmieri. L’ascesa alla presidenza di Palmieri fu favorita da tutto ciò? “La questione della sede ruppe degli equilibri consolidati. Si erano ormai formati – ricorda Palmieri – due gruppi distinti”. Un’altra discussione si accese sulla richiesta di Palmieri di avere una direzione più”professionalizzata” della Banca. “Si procedeva, quando si doveva concedere il credito, sulla base della conoscenza ad personam. Non avevo niente contro il direttore Arenella, persona di specchiata onestà. Io sostenevo però che la crescita della banca, come la crescente complessità dell’economia locale, c’imponesse di dotarci di un professionista esterno con competenze più diversificate”. Fu così che Pietro Vecchione, già all’ufficio fidi della sede centrale del Banco di Napoli, fu prima affiancato ad Arenella e successivamente ne prese il posto. Nel 1987 c’è l’avvento alla presidenza di Antonio Palmieri e con l’allora direttore Pietro Vecchione venne dato il via alla svolta gestionale. “Abbandonammo la gestione familiare e paternalistica che fino a quel momento aveva permeato la banca. Pur permettendogli di crescere in maniera sana quella strategia aziendale era inadeguata ai tempi. Introducemmo così anche la valutazione sulle potenzialità del cliente guardando al patrimonio ed al fatturato. Il tempo ci ha dato ragione. La svolta manageriale, allora d’avanguardia, ha poi caratterizzato tutta l’attività della Banca”. Nel 1991 Antonio Palmieri lascerà volontariamente la presidenza della Banca. “Durante il mio primo anno di presidenza avevo costruito il caseificio Vannulo. L’azienda cresceva a vista d’occhio e già reclamava tutto il mio tempo. Avevo i figli piccoli e non gli stavo vicino. Raramente potevo mangiare insieme a loro. Così scelsi: andai via dalla Banca. Io poi sono che alle poltrone non ci tiene: anche al Consorzio di Bonifica lasciai anzitempo. Sono stato oggetto di molte dietrologie, ma voglio rassicurare tutti: mi è bastato vedere le mie idee diventare realtà”.

 

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Informazioni su orestemottola

BIOGRAFIA A MODO MIO Oreste Mottola è nato a Altavilla Silentina nel 1960. Il diploma in agraria è del 1979 dopo aver abbandonato gli iniziali studi liceali. Nell’anno prima del terremoto, evento spartiacque per la sua generazione, due viaggi lo influenzeranno molto. Con l’amico Rosario Lucia, quasi come nei “diari della motocicletta” di Che Guevara, percorreranno l’intera Valle del Calore – luogo a lui fino a quel momento sconosciuto – e, da quel punto in poi, ai problemi del comprensorio tra Vallo di Diano e Cilento dedicherà il suo impegno civile prima ancora che professionale. Nell’isola spagnola di Maiorca è protagonista di un raduno giovanile internazionalista dedicato al Mediterraneo. Invece di spiccare il volo per ben altri lidi resta qui, tra Paestum e il Cervati, Persano e monte Motola. Giornalista, è stato per quasi vent’anni collaboratore del quotidiano “Il Mattino”. Attualmente è in forze al settimanale “Unico”. E’ autore di diverse pubblicazioni editoriali, tra le quali “I paesi delle Ombre”, ed. Magna Graecia

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